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Lavorare con i bambini. “Il bambino integrale”

Lavorare con i bambini: Parte il ciclo di 5 incontri per lavorare con i bambini (o meglio comprenderli), su “Il Bambino Integrale”, con la dott.ssa Emanuela Fonticoli, che può essere seguito sia in sala a Milano che online per chi vive in un’altra città. Clicca QUI per iscriverti subito!

L’approccio alla relazione e al lavoro con i bambini che si rivolge a tutti coloro che vogliano acquisire degli strumenti più efficaci per consentire al bambino di esprimere a pieno la sua vera natura, il suo Divino, in tutta la sua bellezza.

Per: genitori, insegnanti, operatori d’infanzia, psicologi e psicoterapeuti.

Il corso permette di acquisire strumenti che possano migliorare le nostre relazioni con i bambini e aiutarli a rimanere il più possibile integrali, coesi e sereni, strumenti che potranno essere da subito utilizzati per costruire una relazione flessibile e sana col bambino.

Nel nostro percorso insieme indagheremo meandri interiori e faremo esperienza di tali strumenti.

Come poter comprendere I bambini e ciò che provano? Come costruire con loro una relazione armoniosa e un contenimento efficace? Come “gestire” il loro comportamento? Come posso farmi ascoltare? 

Queste sono le domande che si pongono più spesso gli adulti che incontro riguardo I loro figli o I bambini che seguono nella scuola e nella relazione d’aiuto. 

Approfondire e affinare questo tipo di capacità, è un obiettivo fondamentale per la nostra generazionie di adulti “post-moderni”.

Puoi ISCRIVERTI al ciclo di 5 incontri online o presenziali seguendo QUESTO LINK,

dove potrai scoprire anche le date, il contesto e altri dettagli.

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Il gioco spontaneo e simbolico nel bambino
in una visione Transpersonale

di Emanuela Fonticoli

Le numerose esperienze di sedute psicologiche con bambini dai 6 ai 10 anni, mi hanno mostrato negli anni quanto aiutare il bambino a esprimere il proprio disagio e il suo sentire attraverso un’attività ludica (disegno, movimento, suono, gioco) sia altrettanto importante che una lunga chiacchierata o un pianto liberatorio per un adulto.

Nonostante in questa fascia di età il linguaggio sia ormai un’abilità completa, non è facile esternare a pieno e nelle varie sfumature emozioni e sensazioni vissute interiormente e nel corpo, ed è per questo che è fondamentale dar loro la possibilità di esprimersi attraverso attività ludiche tipiche di questa fascia di età.

Nel gioco di immaginazione e simbolico il bambino rappresenta e comunica il proprio vissuto interno, per elaborare emozioni negative (angoscia, rabbia, aggressività, tristezza, etc.) e positive (gioia, allegria e contentezza) e per imparare a conoscere se stesso e il mondo, ma non solo, il gioco un atto creativo in sé.

Lo stesso Freud sostiene “ogni bambino impegnato nel giuoco si comporta come un poeta: in quanto si costruisce un suo proprio mondo o meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del sue mondo”(1)

Anche la Klein scrive che “nel gioco i bambini riproducono simbolicamente fantasie, desideri, esperienze. Nel farlo si servono dello stesso linguaggio, della stessa forma di espressione arcaica e filogeneticamente acquisita che ci è ben nota nei sogni.”(2)

Anche per Winnicott, il gioco ha un valore simbolico ed esprime fantasie inconsce e sentimenti che spesso sfociano in fame di conoscenza, in giochi di guerra, di soldati, in giochi di maestre severe, allievi ubbidienti, in giochi di squadra.

Le esperienze di gioco son in realtà esperienze “interiori”, nel senso che “costituiscono una proiezione globale di una costellazione della realtà psichica interiore del bambino”.(3)

Ma il gioco non è solo un’attività piacevole: esso serve anche al bambino per manifestare l’odio e gli impulsi aggressivi, senza temere che l’ambiente reagisca con odio e violenza.

I bambini durante il gioco si fanno degli amici e dei nemici. Il gioco permette loro di organizzare i rapporti affettivi, creando le condizioni favorevoli allo sviluppo dei contatti sociali.

Il gioco contribuisce al processo di unificazione e di integrazione della personalità, in quanto permette al bambino di mettere in relazione le idee con le funzioni fisiche.

Rubin, Fein e Vandenberg propongono di definire il gioco come una predisposizione psicologica, come un insieme di comportamenti osservabili, come un contesto nel quale si verificano particolari fenomeni. Il gioco è tale se si gioca per il piacere di farlo per cui il procedimento è, in realtà, più
importante del risultato: ciò preserva dalla frustrazione; una difficoltà può diventare addirittura una nuova occasione ludica.

Il gioco, che segue in ordine di tempo, le condotte di esplorazione, produce
eccitazione, stimola la fantasia non è vincolato dalla realtà fattuale. Per questo sono così importanti i condizionamenti ambientali in grado di offrire accoglienza e supporto, nelle quali il bambino possa impegnarsi attivamente nello scoprire nuove possibilità uscendo dagli schemi, trattando le cose come se fossero altre; non ci sono vincoli, le regole emergono dalla negoziazione.

Il gioco simbolico è stato analizzato dallo psicologo Jean Piaget e riguarda una fase evolutiva del bambino che comincia dai 2 ai 7 anni (fase del Pensiero Preoperatorio). In questo periodo i bambini cominciano ad usare il pensiero simbolico in quanto acquisiscono la capacità rappresentativa, cioè sono in grado di rappresentarsi mentalmente cose, oggetti, situazioni, persone indipendentemente dalla loro presenza.

I bambini in questa fase sono in grado di compiere imitazioni differite, cioè di rappresentare azioni passate dei quali sono stati testimoni (come pettinare la bambola allo stesso modo della madre che pettina la sorellina).

Frutto di tale fenomeno è il gioco “far finta di”, appunto il gioco simbolico, che presuppone un’imitazione differita (correre sopra un cavallo) e delle combinazioni mentali (usare il manico di scopa al posto del cavallo).

Secondo Piaget il simbolismo che il bambino costruisce giocando con i giocattoli che ha a disposizione, è altrettanto rivelatore di quello che emerge dai sogni e talvolta assai più ricco di sfumature. Inoltre egli ritiene che il gioco assolve a due funzioni: consolida, attraverso la ripetizione, capacità già acquisite; rafforza nel bambino il senso di poter agire efficacemente sulla realtà senza temere insuccessi e creando simboli per evocare eventi e situazioni non presenti.(4)

Nel linguaggio della Biotransenergetica, ovvero nella visione transpersonale, si può affermare che il gioco per il bambino è una delle esperienze attraverso le quali l’Io si esprime e si decodifica: vengono tracciati alcuni confini, funzionali all’andare nel mondo, viene portato in luce e messo a punto un repertorio di potenzialità evolutive. Con il gioco il bambino vive un processo creativo attraverso la visione di trascendere e includere la regola.(5)

Simboli, Archetipi e Orixà

Nella mia esperienza il gioco infantile è costituito sia da una parte relativa l’immagine, sia dal simbolo, entrambi concepiti in un’accezione Junghiana.
Jung specifica che l’immagine o imago è “fantastica” e che solo indirettamente si rifà alla percezione dell’oggetto concreto.

L’immagine è cioè una realtà interna, espressione quindi, di contenuti inconsci.

I simboli, invece, sono il linguaggio attraverso cui la mente si esprime, un linguaggio dunque molto antico che va inteso come nutrimento ed espressione della mente stessa e va a costituire l’essenza dell’Inconscio Collettivo, contenitore di impostazioni psichiche innate, trasmesse in
modo ereditario, che sono sia nell’Inconscio personale che nella collettività.

Quindi il simbolo è la rappresentazione di un’energia che l’umanità ha sempre posseduto e sempre possiederà e che esprime quotidianamente. Questa energia interna che fa parte dell’Inconscio Collettivo, prende forma attraverso gli Archetipi, cioè schemi di base universali, impersonali,
innati, ereditari.

Nell’immagine e nel simbolo Jung scorge una complementarietà tra coscienza e inconscio che esprimono la totalità psichica.
Ma, mentre, nel caso dell’immagine questa costellazione è determinata da un oggetto esteriore; nel caso del simbolo la costellazione nasce da un’attività spontanea del soggetto, motivata dagli archetipi.

Figure mitiche come l’Eroe, il Guerriero, la Grande Madre, il Vecchio Saggio, il Fanciullo, il Demone, la Fata, le ritroviamo nelle culture delle più antiche e disparate civiltà del Pianeta.

Questi miti sono figure archetipiche patrimonio dell’Umanità, vale a dire “contenitori” delle esperienze profonde dell’essere Umano inteso come specie e dunque dalla sua comparsa su questo mondo.

La Biotransenergetica chiama questo livello di forze archetipiche Orixà, ovvero figure mitologiche della tradizione afro-brasiliana, che hanno connotazioni legate alla Natura.

L’aspetto archetipico e degli Orixà è spesso utilizzato nel gioco del bambino dove, pupazzi e oggetti simbolici possono rappresentare un personaggio capace di muovere nel bambino una determinata energia.

Per esempio il bambino può prendere un pupazzo e dire “questo è l’uomo nero che mangia tutti i bambini!” mimando questa scena e mobilizzando per esempio la sua paura che gli accada qualcosa o del buio o della morte.

Spesso accade, soprattutto coi bambini più piccoli, che anche elementi della natura possano divenire rappresentativi e identificarsi così negli Orixà, come nel caso, per esempio di un bambino che dice “e quando il cielo si riempì di nuvole nere, il mare si arrabbiò e cominciò ad arrivare la tempesta!” (in questo caso sono state contattate dal bambino la forza archetipica di Iemanjà, signora delle acque salate).

Dis-identificazione e passaggio dalla prima alla seconda Attenzione

Sia il gioco (spontaneo o simbolico), che altre attività ludiche nel bambino (come per esempio il disegno, l’uso della plastilina, etc.), possono costituire strumenti preziosi in una seduta psicologica o in un’attività di osservazione del bambino.

Il fatto che vi sia un passaggio di qualcosa che è interno a qualcosa che viene espresso e rappresentato esternamente (in un’area di gioco o su un foglio) favorisce il processo di disidentificazione in cui il bambino non è più completamente immerso in ciò che prova, nell’emozione che sta sentendo o nel disagio che sta vivendo, ma fa sì che un oggetto rappresentativo lo viva, mettendo quindi una distanza tra sé e quello che c’è dentro di sé.

È come se vi fosse uno spostamento da uno stato di coscienza ad un altro, dall’essere identificato con il disagio, all’osservazione di ciò che accade attraverso il gioco.

In Biotransenergetica si sottolinea come il gioco determini un utile strumento sia per il bambino che per l’adulto che contiene il bambino durante l’attività ludica, per il passaggio da una prima attenzione (ciò che appare e che vediamo immediatamente), ad una seconda attenzione (ciò che c’è dietro quello che appare, il vero significato di ciò che c’è e che spesso non appare ad una prima osservazione).

Questo passaggio ci consente di poter entrare in contatto con aspetti più nascosti e profondi che spesso il bambino non sa esprimere verbalmente o di cui non è ancora consapevole.

La Triade che cura

Nel gioco del bambino, la presenza di un adulto può essere di fondamentale importanza. Nella visione transpersonale vi è una Triade che si forma, cioè il bambino, l’adulto e il campo (ciò che avviene all’interno di questa relazione tra i due e che la contiene).

Se tutto ciò che accade in questa triade ha un’evoluzione armoniosa, il processo di cura del bambino fluisce e la relazione tra lui e l’adulto si rafforza e cresce in modo costruttivo per il benessere del bambino.

L’adulto o lo psicologo o il terapeuta agisce in Presenza, cioè cercherà di porsi nella relazione e nel campo senza giudizio o atti manipolatori, consentendo una fluida connessione con il campo e con le forze archetipiche che qui si manifestano.

Il rispecchiamento è la modalità migliore di mantenere questa giusta distanza di non-giudizio (per es. “Vedo che il tuo pupazzo sta picchiando il mio…”, bambino: “Sì è molto arrabbiato!”, terapeuta: “ Sì infatti, sembra davvero arrabbiatissimo”, bambino: “Eh sì, perché non vuole più essere preso in giro…”).

In questo modo, attraverso la Presenza, l’adulto non conduce il processo del bambino ma lo sta soltanto favorendo.

Riassumendo, l’orientamento dell’adulto prevede:

  • La Presenza (il non giudizio, “Qui puoi fare qualsiasi cosa ti va di fare”)
  • Il Contenimento (“Questo è il nostro spazio, non ce lo toccherà nessuno, non parlerò con nessuno di ciò che accadrà”)
  • Il Rispecchiamento (rimandare ciò che si vede o si sente o si percepisce o si dice, senza giudizio)
  • Le Indicazioni per favorire il processo (parole magiche, ipotesi)

“Come se…“, il gioco e il Transe.

Nella visione transpersonale, dunque, si nota come il gioco consenta al bambino sia di acquisire nuove competenze cognitive, sociali, comunicative e metacognitive, sia di entrare in contatto ed esplorare il mondo degli archetipi.

Attraverso queste dinamiche il bambino può trovare il modo di osservare e padroneggiare i suoi Transe, cioè il modo in cui l’energia fluisce attraverso i vari livelli del Sé, mantenendo uno stato di coscienza equilibrato. Infatti il gioco è uno dei modi peculiari con il quale il bambino cerca di dare una risposta ai suoi bisogni carenziali.

Nello stato di coscienza del gioco la mancanza si fa meno angosciante, le soluzioni cercate, sperimentate e trasformate colmano lacune e arricchiscono possibilità evolutive, la frustrazione non è vissuta in modo drammatico.

Quello del gioco è una Terra di Mezzo, un’oscillazione tra il totalmente reale e il totalmente fantastico; è uno spazio in cui il Sé può richiamare l’attenzione. È come se il gioco contenesse tutti gli archetipi in forma condensata, pertanto è una fonte fondamentale di sviluppo in cui il bambino scopre cose nuove su di sé, sugli altri, sull’ambiente, elabora strategie, crea, tiene viva la spiritualità.(6)

È proprio attraverso il “Come se…” che si cerca di mantenere il contatto con questa dimensione di libertà creativa in cui si offre la possibilità al bambino di identificarsi e disidentificarsi dai vari archetipi del suo mondo interiore, per cambiare ogni volta punto di vista (es. “Ora è come se fossi il
dinosauro che mangia l’uomo… e ora è come se fossi l’uomo mangiato dal dinosauro…”).

Attraverso la disidentificazione e l’integrazione, si realizzano i cicli terapeutici primario (osservazione, accettazione, consapevolezza) e secondario (contatto, mobilitazione, direzione e trasformazione).

Ecco un esempio da una delle mie sessioni con bambini:

1) Ciclo primario
Riccardo giocando con dei pupazzi di animali: “Ecco il leone che mangia le pecore (osservazione), eh si, le pecore sono molto più deboli (accettazione), le mangia perché è troppo arrabbiato per il fatto che loro hanno invaso il suo territorio!!!” (consapevolezza).

2) Ciclo secondario
Terapeuta: “Riccardo, cosa accadrebbe se il leone provasse a parlarci?” (mobilitazione)

Riccardo: “Già… ottima idea! (contatto – prende in mano il leone e una pecora). Forse si metterebbero d’accordo (direzione) e potrebbero anche diventare amici (trasformazione)”.

Il gioco e le attività ludiche rappresentano lo strumento fondamentale di ascolto, cura ed evoluzione del bambino e non è più soltanto qualcosa da osservare che ci fa comprendere meglio il bambino, bensì un processo in cui il bambino è pienamente immerso, insieme all’adulto, per maneggiare,
padroneggiare e conoscere forze, nuovi punti di vista, empatia ed emozioni da diversi punti di vista, in modo che ciò che accade fuori, sia funzionale e trasformativo per ciò che vi è dentro di sé.

Note.

1 Freud S., Il poeta e la fantasia, tr. it., in S. Freud, Opere vol. 5, Boringhieri, Torino, 1972.
2 Klein M., Principi psicologici dell’analisi infantile, tr. it., in M. Klein, Scritti 1921-1958, Boringhieri, Torino, 1978
3 Winnicott D. W., Il bambino e il mondo esterno, Giunti – Barbera, Firenze.

4 Piaget J., La costruzione del reale nel bambino, La Nuova Italia, Firenze, 1973.
5 Pinoli P. R., Facciamo che… Educazione transpersonale per bambini, Iti Edizioni, Milano, 2012.

6 Idem.

info: info@iti-life.com 

dott.ssa Emanuela Fonticoli

Emanuela Fonticoli, psicologa, lavoro con i bambini e le loro famiglie da circa dieci anni prediligendo un approccio basato sul sentire nel corpo rendendo i bambini confidenti con l’esprimere i disagi e le problematiche che vivono attraverso il disegno, lettura di storie, musica e esperienze creative.
Lavoro molto sui traumi e sui lutti.
Nel 2014 ho pubblicato il mio primo libro, una storia per ragazzi dal nome “Jim il pesce”.
Sono mamma di due splendide anime in viaggio

dott.ssa Emanuela Fonticoli

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