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Sulla Biotransenergetica: Psicoterapia e Meditazione (5)

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Sulla Biotransenergetica: Psicoterapia e Meditazione (5)

Il viaggio verso il basso

 

P. L. Lattuada M.D., Ph. D.

“Força, belo adormeçido, aqui a inchada” (forza bell’addormentato ecco la zappa), pronunciò mae Divina, la Sciamana, tendendomi l’arnese col quale avrei dovuto strappare le erbacce e spianare il cucuzzolo della collina per preparare il luogo della cerimonia. Zappavo e spianavo mentre i suoi assistenti disponevano le pietre in cerchio intorno alla zona di sterrato che veniva definendosi. Tutte le pietre vennero disposte, si creò così un cerchio di una ventina di metri di diametro con un’apertura di circa un metro verso oriente. Vennero accese tre candele rosse a ciascuna delle due estremità dell’apertura, venne acceso un fuoco nel centro del cerchio. Poi sor Pedro tracciò per terra, in prossimità dell’apertura, il ponto riscado(simbolo) di Caboclo(1) flecheiro (2) mentre mae Divina procedeva dal centro del cerchio verso ciascuna delle quattro direzioni incensando con del rosmarino e del guinè (erba rituale) che stavano bruciando dentro una conchiglia. Terminata la fumigazione Expedito si dispose al suono degli atabaques(tamburi rituali) mentre mae Divina indossò le guias(3) verdi e rosse ed intonò il ponto cantado (canto)per la chiamata dei Caboclos.

Poi con fare preciso intimò:
“Adesso noi viaggeremo. Viaggeremo nelle viscere di Oduduà nossa mae terra (nostra

madre terra). Il vostro corpo fisico resterà immobile ed il vostro spirito verrà portato dal suono degli atabaques. Passeggerai nel buio delle tue tenebre figlio, incontrerai i mostri del tuo silenzio, i fantasmi dell’interno, ti offrirai loro in pasto e rinascerai di luce, incontrerai il tuo animale guardiano e con lui riemergerai dalla notte, luminoso e degno di offrire seu aparelho(il tuo corpo fisico) ai caboclos d’Aruanda.(4) Scenderai nelle tenebre senza sosta, arriverai alla meta e ritornerai alla luce quando gli atabaques ti ricondurranno”.

Gli atabaques presero a suonare e tutto successe in modo fulmineo. Sentii il mio corpo lacerarsi in due, una parte pesante che restò dov’era, sempre più pesante ed immobile ed un’altra più leggera, quasi evanescente che sembrò sprofondare nella terra. Questa, che mi venne poi spiegato essere il mio “doppio astrale” trovò una grotta in riva ad una spiaggia e vi entrò. Lì incontrai pipistrelli a stormi. Alcuni adagiati, altri sospesi, altri volando radenti, altri strisciandomi addosso e mordendomi. Vidi una scimmia sorniona che mi condusse in un pertugio da dove ebbe inizio la discesa. Percorsi cunicoli e anfratti, incontrai delle pozze sotterranee di acqua limpida, mi immersi e riemersi nella grotta del serpente. Lì un cobra corallo mi assalì, mordendomi al collo, alle braccia, in ogni parte del corpo. Egli mi assaliva, mi mordeva e ricadeva al suolo per riprendere poi a saltare e a mordermi.
A quel punto, ricordo che notai con compiacimento il fatto di non aver pensato nemmeno per un attimo di combattere contro il serpente o cercare di ammazzarlo. Avvertivo che stava avvenendo qualcosa di salutare per me e lasciai fare.

(1)Entità spirituali, abitanti della foresta
(2) Nome di un caboclo
(3) Collane rituali
(4) Il mondo astrale, la dimora delle entità di luce, sopratutto riferito ai Caboclos.

Forse per la presunzione del compiacimento o forse perchè il serpente aggrediva con sempre maggior violenza, cominciò a salire dentro me un fremito di panico. Mi ricordai, allora delle parole di caboclo:”Ti offrirai loro in pasto e rinascerai di luce”. Mi feci allora forza, respirai a fondo e rimasi ad osservare. Il cobra mostrava i suoi denti, si avvolgeva a spirale e mi si avventava contro. Si attaccava ad ogni parte del

mio corpo, strappava la mia carne, si cibava del mio sangue. Quando la mia mente necessitava fermezza, respiravo e ricordavo:”Rinascerai di luce”. Il mio corpo si disfaceva, lacerato e sanguinante, ma ad ogni pezzo che veniva staccato, si sostituiva un’immagine di luce. Il cobra di colore bianco, rosso e nero, addentò ripetutamente il mio cuore e lo divorò con foga. Al suo posto comparve un cuore di luce. Avvenne che tutto il mio corpo, a poco a poco si trasformò in una sagoma luminosa di guerriero e l’aggressivo serpente in un docile amico. Mi si avvolse al braccio destro e con lui continuai la discesa. Mi sentivo un eroe, fiero e nobile, consapevole

della propria forza. “Balançai Caboclo, Balançai” Il canto risuonava dentro me e confermava i miei pensieri che mi dicevano: deve essere proprio così che un caboclo si sente.
Cunicoli, anfratti, grotte, scalinate, spirali mi portarono nella tana dell’orso. Era nero, grosso e sonnecchiante, con lui scambiai parole di circostanza. Quando stavo per lasciarlo, all’improvviso si destò e mi ammonì:”Danza nei tuoi sogni, resta vigile e avrai la fede”. Certo, la fede, pensavo. Quante volte ero già arrivato ad avere l’esatta coscienza che la fede fosse tutto e quante volte me ne ero scordato. Azzardai la promessa di non scordarmene più ed elessi l’orso a tesimone. Poi ripartìì, il ritmo del tamburo mi chiamava. Il cunicolo della tana dell’orso conduceva a una fenditura che si aprì in una distesa prateria. Lì, giraffe e zebre, animali da cortile e bisonti, cerbiatti e tacchini, convivevano. Il mio animo era sereno, quell’atmosfera bucolica mi evocava la quiete familiare, mi lasciai andare a fantasie di casa fino a che non udii il tamburo che mi richiamava per la salita. Ripercorsi la strada dell’andata condotto dal cobra attorcigliato al braccio destro. Quando riemersi alla luce, trovai ad attendermi un aquila e sette aquilotti che sorvolavano maestosamente la grotta. Mi sentìi trasfigurare, mi stava crescendo il becco, le mia braccia diventavano ali spiegate, stavo spiccando il volo. Sotto di me vette innevate e poi la foresta; fiumi tortuosi e la distesa verde, immensa dell’amazzonia. Vallate rigogliose all’inverosimile si aprivano accogliendomi tra itaunas e seringas (1), vedevo fiori multicolori sentivo il canto degli uccelli ed il fruscio degli animali della foresta. Poi la voce sentenziò: “Onore al tuo animale guardiano”. A questo punto che il suono degli atabaques terminò, le immagini svanirono e ritrovai l’aria umida della notte sul monte con i suoi profumi misti a rosmarino e guinè. Caboclo Flecheiro, allora , attraverso mae Divina, cantò il suo ponto.

(1) Grandi alberi della foresta amazzonica

“Agora levanta, meu amico, levanta, dança seu caboclo, companheiro”(Adesso alzati amico e danza il tuo caboclo)

Tutto quella notte sembrava non dipendere da alcun atto mediato, mi alzai e mi ritrovai scosso da un anelito caldo che chinava il mio dorso alla madre terra, alzava le mie ginocchia al cielo, torceva il mio busto al vento quieto dell’aurora, agitava le mie braccia nel solco dato dal caboclo che, si dice, mi abitò. La spinta palpabile del suolo umido e antico rinvigoriva i miei arti ogni volta che i miei piedi vi si posavano sopra, il raggio visibile di mille stelle muoveva il mio corpo come i fili il burattino, il soffio fragrante alitato dai Signori di quella notte impervia, trovava agevole corso in ogni poro della mia pelle, la morsa radiosa della luna calante celebrava l’incanto leggero tra il mio ventre ed il cuore. Non dovevo fare nulla per danzare l’estasi accesa delle forze datesi convegno quella notte sulla cima del colle. E nulla feci quando versi guerrieri si recitarono dal mio petto, così come quando presi a ruotare su me stesso e, di nuovo, il tempo si fermò.

Una cultura della condivisione

L’indomani era tempo di spiegazioni. La veranda di nuovo ci accolse, il sole di nuovo stava rosso nel cielo, pronto per un’altro tramonto. Mae Divina volle sapere ed io raccontai il mio viaggio. Quando ebbi finito di parlare, Mae Divina mi disse, ora disponiti all’ascolto perchè anche l’Umbanda (1)ha i suoi professori e adesso terranno la loro lezione. Accese rosmarino e guinè, cantò il dovuto ponto, si mise al collo “as guias” e trasalì appena prima di lasciarsi parlare:

“Il piccolo uomo bianco conosce solo quegli aspetti della realtà che emergono dalle tenebre nebbiose dei suoi ego pluralizzati, l’animo compassionevole non attribuisce soverchie responsabilità allo sguardo di colui che resta escluso dall’abbraccio cosmico dell’uomo universale. Prossimi sono i tempi nei quali la scienza arriverà a rendersi conto che il simbolo

vive in noi e che gli archetipi della dimensione spirituale sono la metafora che può ricondurvi all’uno. Attraverso la manifestazione archetipica, l’uomo universale partorirà l’uomo presente, lo scienziato
con l’anima. Questi attraverso l’esperienza interiore dell’uno, l’incorporazione dei simboli e degli archetipi originari attingerà a nuove dimensioni della coscienza. Grazie al risveglio delle qualità più genuine dell’umano quali sensibilità, intuizione, amore e consapevolezza gli si dischiuderanno le porte di nuovi aspetti dell’unica realtà; attraverso l’osservazione, madre di tutte le qualità, gli si sveleranno le leggi

.universali che reggono il suo mondo. Il codice per attingere alle leggi universali non (1) Culto sincretico afro-brasiliano

può essere espresso dal linguaggio orizzontale della mente duale, ma può essere decodificato solo decifrando il linguaggio verticale dei simboli che ci vivono. Il risveglio e l’incorporazione degli archetipi che navigano nell’oceano della coscienza potranno condurre l’uomo nuovo alla reale comprensione di se stesso e dell’esistenza.”

Le forze archetipiche

Da parte mia, intuivo la verità sottostante a quelle parole, ma ancora non riuscivo a padroneggiare in modo sistematico quella visione del mondo che Mae Divina cercava di trasmettermi. Non mi restava che chiedere:

“Ma cosa intendete per incorporazione di archetipi?”

Le parole parlate attraverso Mae Divina, discesero come l’acque del Rio delle Amazzoni tra foresta ed il mare:

“Le emanazioni del divino figliolo sono percepibili dalla coscienza umana mediante simboli archetipici. Sono simboli archetipici, la terra come il fuoco, l’acqua e l’aria, così come il guerriero o l’innamorato, il sacerdote oppure l’ombra. Ogni contenuto della tua mente, un pensiero o una fantasia così come ogni qualità della tua anima, la pazienza o la compassione, sono riconducibili a rappresentazioni archetipiche originarie che abitano il mondo spirituale, luogo delle emanazioni del divino. Per questo nullo è il dato di analizzare i simboli della mente, essi sono il riflesso di divinità viventi, reali quanto l’acqua calda. Tali divinità o archetipi, se così vuole la tua mente occidentale, vi vivono, determinano il vostro comportamento, le vostre emozioni i vostri pensieri. La possibilità per l’uomo è divenirne consapevole mediante l’osservazione e viverli mediante la transe anzichè esserne vissuti. Voglia il cielo, piccolo uomo bianco, che la tua presuntuosa inconsapevolezza si diradi per consentirti di scorgere l’agitarsi di archetipi all’interno della tua psiche. Voglia il cielo che tu possa comprendere quanto la distanza da te stesso ti renda schiavo di forze archetipiche che organizzano la tua energia. Tu possa quanto prima assistere a te stesso e vederti, portare la forza dell’archetipo nel quotidiano, relazionarti con esso, trasformare la tua coscienza”.

“Per entrare nel concreto, si può dire che nella mia danza notturna di ieri ho incorporato un archetipo?”

“Per prima cosa è bene che tu sappia rinunciare da subito al fascino delle esperienze apicali. Tu credi forse che più ricco è il tuo viaggio interiore più saggia è la tua coscienza? Tu credi forse che più animali vedi, più prove affronti, più sarai meritevole nei confronti del mondo spirituale? Sappi che l’esperienza spirituale è come quella dell’oceano. Le acque si ritirano durante la bassa marea lasciando chiunque avanzare ma poi durante l’alta marea travolgono lo sprovveduto che non abbia osservato le dovute precauzioni.”

“Vuole dire Mae Divina che la mia esperienza del viaggio non ha nessuna importanza?”

“L’esperienza del viaggio verso il basso ha avuto la sua importanza. Ti ha consentito l’ingresso oltre lo specchio, attivando la tua mente estatica mediante rappresentazioni archetipiche ha stabilito una connessione con la sorgengte, l’essenza archetipica dalla quale emana il tuo campo di coscienza. Tu hai ora una mappa archetipica che può orientare il tuo processo di trasformazione della coscienza. Durante la danza entrasti nel transe del caboclo, diventando lui ne sperimentasti la sua forza. Portasti così l’archetipo dalla coscienza alla materia, dal mondo delle idee al tuo mondo corporeo.”

“Vuol dire, dotor Bezerra, che danzando come un caboclo ho ricevuto la sua forza? In realtà io mi sentivo nobile ed invincibile, di animo puro e cuore leggero, di occhi chiari, mente vuota e polso fermo.”

“Tu lo dicesti, figlio ingresso nel solco guerriero, tu danzando il caboclo risvegliasti in te le sue qualità. Questo è il senso primo dell’incorporazione. Ma ricorda, guai al veicolo della forza che non sappia coltivare la dovuta umiltà.”

“E che farne del cobra, il mio animale guardiano, se ho ben capito?”

“A te spetta l’osservazione del simbolo e attraverso di essa tessere un legame indissolubile che ne consentirà, quando tu lo vorrai, la veicolazione dal mondo parallelo della sua viva forza e delle qualità espresse dalla sua vibrazione energetica. L’osservazione ti consentirà di conoscerne la sua vera natura ed il reale senso che svolge nella tua vita il suo archetipo. Lasciando il cobra manifestarsi, osservandolo vivere in te, assistendo a te stesso vivere con lui al tuo braccio nella tua vita di tutti i giorni, riconoscendone le qualità e accettandole nel profondo, realizzerai la trasformazione della coscienza. Conserverai ciò che ti sarà utile, lascerai l’inutile, senza dimenticarti mai che tu sei il padrone di casa. Sei e sarai sempre tu a risvegliare il cobra in te quando lo vorrai, lo chiamerai quando avrai bisogno della sua forza, lo interrogherai quando ti serviranno risposte, lo congederai quando non ti servirà. Quando sei padrone dei tuoi simboli archetipici sei padrone della tua energia, sei mago e sciamano.”

Rinascimento arcaico

Vuoi dire, Mae Divina che è giunto il momento perché l’uomo bianco passeggi per il versante scordato? Imparando non solo a spiegare ma soprattutto a diventare l’altro per comprenderlo , non solo a pensare ma ad osservare in modo consapevole, non a giudicare ma a sentire, non a controllare ma a lasciarsi vivere.

Vuoi dire che si possa condividere le riflessioni di, Terence McKenna (illustre ricercatore californiano) il quale intravede e auspica l’affermarsi di un nuovo rinascimento. Un “Rinascimento arcaico”, che recuperi valori quali: l’esperienza diretta del divino mediante la fusione estatica, il rispetto della unità fondamentale del creato. Un creato percorso dalla coscienza in ogni suo piano di espressione, sia minerale, che vegetale, animale, umano e spirituale. E ancora, la comunione sacra con piante di potere messaggere del linguaggio divino, così come quelle istanze legate alla condivisione tipiche della vita comunitaria delle tribù arcaiche. Una “cultura della condivisione”, in definitiva, che consenta il superamento della separazione operata dalla mente razionale dell’uomo moderno da se stesso e dalla propria natura più intima, verso uno sciamanesimo moderno che proceda dal rispetto e dall’armonizzazione con la natura e le sue forze piuttosto che dal suo sfruttamento; che operi per la fratellanza e la solidarietà piuttosto che per la competizione ed il dominio; che auspichi nell’individuo la padronanza di tutte le dimensioni della coscienza e la loro integrazione piuttosto che la sopraffazione della razionalità sugli spazi più elevati della coscienza e la loro repressione.

Una cultura, che si fondi sull’amore per l’altro da sé e di una scienza che estenda la sua giurisdizione sul mondo spirituale, tanto reale almeno quanto quello della materia.

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