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Sulla Biotransenergetica: Psicoterapia e Meditazione (2)

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Sulla Biotransenergetica: Psicoterapia e Meditazione (2)

L’anelito all’estasi

 

P. L. Lattuada M.D., Ph. D.

Quando si parla di esperienza interiore o spirituale, quando si accenna a fatti connessi alle dimensioni della coscienza, capita spesso di sentirsi accostare alle filosofie orientali, generalmente contrapposte alla “nostra cultura occidentale”, comunemente intesa come “razionale”.
Spesso di fronte a una affermazione di questo tipo il mio cuore si amareggia e la mia mente si interroga.
Mi chiedo per quali contorti percorsi l’uomo post-moderno del primo mondo sia potuto giungere a relegare nella estrema periferia della sua coscienza collettiva termini quali, consapevolezza, sentire, spirito, energia, sacro, estasi, ecc.
Alcuni attribuiscono responsabilità a Cartesio il quale enunciò i principi di res extensa e res cogitans per indicare rispettivamente il mondo della materia ed il mondo della coscienza, ma non è così. Egli enunciò due principi ma non intese separarli. A separarli fu la mente dello scienziato, o meglio, la mente duale alla quale lo scienziato dell’era moderna immolò l’esperienza soggettiva della coscienza.
Grazie a questa discutibile operazione si gettarono le basi di quello che diventò il mondo delle tecnologie avanzate, dell’egemonia economica, dello sfruttamento indiscriminato delle forze naturali, ecc.
Il prezzo da pagare fu l’espulsione dalle abitudini culturali dominanti dell’uomo moderno di risorse quali: l’esperienza interiore, le dimensioni non ordinarie della coscienza, il concetto di sacralità di ogni manifestazione del vivente, il contatto con le forze della natura.
Ma l’anelito all’estasi che abita il vivente è indomito ed è sopravvissuto nei secoli alla logica del dominio perseguita dalla mente duale.
Per anelito all’estasi intendiamo la spinta creativa a trascendere se stessa insita nella natura, la forza espressiva che muove le forme viventi verso l’autopresentazione di sé, simbolicamente rappresentato dalla forza creatrice femminile della Dea Madre. Per mente duale intendiamo la mente razionale che tende a separare per comprendere, ad imbrigliare il fenomeno per controllarlo. Il potere del controllo sulla forza simbolicamente rappresentato dal principi maschile dominatore, dal Dio Padre.
La forza creatrice, il principio femminile, la Dea Madre, la mente estatica, intuitiva, dicevamo, seppur combattuta e perseguitata, negata ed ostacolata con accanimento dai potenti di turno, padroni della storia ha saputo sopravvivere e periodicamente riemergere con vigore, come si conviene a tutto ciò che risieda nella natura delle cose.
Ai nostri giorni, l’ormai mercificato fenomeno new age, il rinato interesse per le diverse forme di spiritualità non ortodosse altro non rappresentano che l’onda più profana e superficiale di quella nemesi storica la cui onda lunga sta producendo la riemergenza della Dea dal “versante scordato” della storia.

Versante abitato da mistici dal cuore leggero, sapienti dagli occhi chiari, saggi dalla mente vuota, versante abitato dal corso sommerso dello sciamanesimo, corso che dai primordi dell’umanità non ha mai smesso di condurre gli umili a danzare alla luna, purificarsi alle acque, chinarsi al potere del fuoco, volare con l’anima in grembo alla Signora dei Venti, rendersi alla madre con devota accettazione.

Terence Mckenna a proposito del momento storico che stiamo vivendo ed al riaffacciarsi della Dea sul palcoscenico della storia parla di Rinascimento Arcaico, volendo indicare con questo la rinascita delle istanze tipiche della mente estatica dello sciamano ed il conseguente riaffermarsi di una nuova cultura della condivisione in sostituzione della ormai pluri-millenaria cultura del dominio. Da parte nostra ci sembra di riconoscere nell’emergente paradigma olistico nell’ambito della scienza e nell’affermazione del nuovo modello culturale transpersonale il canto di celebrazione della Dea tornata libera di dispiegare pienamente le potenzialità della sua forza creativa.

La dimensione transpersonale

Il nuovo modello culturale transpersonale, seppur affermatosi primariamente in ambito psicologico, lo travalica proponendosi come un vero e proprio movimento di pensiero figlio del nuovo paradigma olistico emergente nell’ambito scientifico. Un nuovo paradigma che grazie alle opere di filosofi come Ken Wilber, Dennet e Hofstadter(58) oppure di fisici come Fritjof Capra(59) o Rupert Shaldrake(60) e Danah Zohar,(61) di ricercatori quali Riane Eisler(62) o Terence McKenna,(63) di psicologi quali Pierre Weil,(64) chimici come James Lovelock(65 esprime il riemergere con dignità scientifica di quella tradizione arcaica fondata sull’estasi e sulla condivisione. Un nuovo modello che rivisita la visione panteistica dello sciamano per il quale esiste una “unità fondamentale del creato” che unifica in una unica corrente di dinamismo le pietre, i vegetali, gli animali e l’universo intero, demoni e divinità compresi e non si riconosce nella visione positivista dell’uomo di scienza per il quale le manifestazioni del vivente vanno classificate, analizzate, spiegate, controllate.

Colui che opera in una dimensione transpersonale, infatti, si sente più vicino alla visione animista di un “uomo di medicina” che ricerca nell’atteggiamento sacro nei confronti di tutto ciò che è vivo la forza e l’umiltà necessarie per ampliare la propria coscienza ed accedere al mondo degli spiriti e delle divinità naturali depositari della conoscenza, piuttosto che alla visione scientista dell’uomo razionale che persegue la separazione tra fede e ragione, natura e cultura.

La visione transpersonale si riconosce più nell’atteggiamento premorale ed estatico dello sciamano che ricerca nell’esperienza interiore la forza e la saggezza necessarie a condividere la sofferenza dell’altro, entrare nel suo mondo e comprenderlo, piuttosto che nell’atteggiamento colto e distaccato del professionista che persegue la

comprensione dell’individuo dall’esterno, senza coinvolgersi con i ”problemi del paziente”.

L’eredità della tribù

Di conseguenza il “terapeuta” transpersonale si sente depositario di quella che potremmo definire l’eredità della tribù. Eredità che gli consente, di fronte al disagio del singolo, di interrogarsi e riconoscerlo come un segno, monito ed insegnamento per tutta la comunità; di invitare pertanto tutto il gruppo a prendersi in carico il “paziente”, a partecipare ai rituali di guarigione ed a considerare l’evento come una possibilità evolutiva per ciascun membro.

Eredità che lo conduce a riscoprire l’intima conessione di tutte le cose e tornare a riconoscere nella parte un’ espressione del tutto interconnesso, a recuperare e proporre quella dimensione unitaria dell’essere che si è persa nei percorsi tortuosi della storia. Aprendosi ad un approccio unitario che consideri l’individuo nella sua unità bio-psicospirituale, egli può così conciliare le scoperte della nuova fisica e la concezione degli organismi viventi propria della teoria dei sistemi con i modelli medici delle antiche culture tradizionali. Arriverà così alle radici dell’arte di guarire e si renderà conto come lo sciamano delle tribù arcaiche già conosceva e praticava le metodiche basilari delle moderne psicoterapie quali: le terapie di gruppo, lo psicodramma, l’analisi dei sogni, l’ipnosi, l’immaginazione guidata, la danzaterapia, la terapia psichedelica, utilizzando le stesse come strumento per favorire l’integrazione dell’individuo in una dimensione transpersonale.

Condividerà così con lo sciamano la consapevolezza che ogni processo di guarigione sia un’occasione per favorire la reintegrazione del paziente nell’ordine cosmico, ed ogni atto terapeutico una possibilità per ricostruire attraverso il superamento dei problemi personali il mito collettivo condiviso dall’ambiente sociale nel quale vive.

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