ITI - Integral transpersonal Institute

Sul Transpersonale (8)

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Sul Transpersonale (8)

L’eredità della tribù

 

P. L. Lattuada M.D., Ph. D.

All’inizio era lo sciamano.
Per millenni, prima della storia raccontata, la mente estatica ha regnato incontrastata. Nell‟esperienza diretta della natura e delle sue forze lo sciamano trovava le divinità ed i demoni, i maestri e i giustizieri, la conoscenza e la cura.
Il giorno in cui l‟uomo cacciatore – raccoglitore scoprì che poteva seminare e produrre da sé il proprio nutrimento si fermò. Nacquero i primi villaggi, l‟agricoltura ed ebbe così inizio la storia. O meglio la versione nota della storia

La cultura del dominio

Sembra, infatti, che con quei primi semi vegetali, l‟uomo preistorico piantò anche i semi di quella “cultura del dominio”, come la definisce Riane Eisler (Il calice e la spada, Pratiche Editrice, 1996), che fino ad allora aveva percorso le steppe delle periferie del mondo nella forma delle rudimentali concezioni religiose dei popoli nomadi conquistatori.

Quelle “concezioni rudimentali” del rapporto dell‟uomo con se stesso e con l‟ambiente che lo circondava erano per lo più il frutto di menti avvezze alla conquista, allo sfruttamento ed alla distruzione. I popoli che le esprimevano, come gli Indoeuropei (Ariani, Ittiti, Kurgan, Achei, etc.) o gli antichi Semiti, vale a dire più o meno tutti gli antenati dell‟uomo moderno, erano popoli estremamente bellicosi governati da una casta di sacerdoti-guerrieri, non vivevano un rapporto diretto e rispettoso col mondo naturale che li circondava. Essi, come ci ricorda Alain Danielou :” Non vivevano in comunità con dei, alberi, animali, a meno che non si trattasse di quelli che avevano asservito e addomesticato.” Inoltre, “si portavano appresso i loro dei e le loro leggende”, erano avvezzi a considerare la natura come “un insieme di pascoli anonimi “ da sfruttare e distruggere, e gli dei come “ guide al servizio dell‟uomo.”(Shiva e Dioniso, Astrolabio, 1980)

I loro dei , maschili e sessuofobi, gli eleggevano a “popolo eletto”, conferendogli il diritto e il dovere di propagare le loro credenze, imporre i loro usi e costumi e di asservire gli “infedeli”. Autorizzavano la sistematica, violenta prevaricazione dell‟uomo sulla donna ed imponevano il regime della paura e della punizione su quello della naturalezza e del piacere.

Le loro credenze li esortavano all‟odio contro il nemico che venne sempre più a coincidere con il diverso, li sostenevano con l‟ambizione di dominare il mondo naturale, li autorizzavano alla perversa pretesa di occupare una posizione di privilegio e di potersi servire degli altri popoli e delle altre specie a proprio vantaggio.

I loro sacerdoti-guerrieri li privavano, con leggi severe, della libertà della naturalezza garantendosi l‟obbedienza con sanzioni divine ed eleggendo le convenzioni sociali ad atti sacri. Venne così istituzionalizzandosi sempre più un sistema sociale basato sulla violenza maschile e su di una gerarchia autoritaria dove la distanza dell‟uomo da se stesso, dai suoi simili e dal mondo naturale divennero la norma.

La storia che noi conosciamo è la storia di quest‟uomo, una storia di guerre e di conquiste, di oppressori e oppressi, di grandi uomini vittoriosi e moltitudini sconfitte. Una storia fatta di date, di papi ed imperatori, una storia scritta col sangue versato in nome di un dio, di un „ideologia o di una razza.

Una storia che il buon senso comune vorrebbe rivendicare come vincente dal momento che ci ha condotto, lungo il trionfale corso del progresso tecnologico, dalla zappa al computer, dalle caverne allo sbarco sul pianeta rosso, dall‟era preistorica all‟era moderna.
Una storia che ha dimenticato di raccontarci il versante scordato.

E venne lo scienziato.

Con lo svolgersi della storia, all‟indigeno si sostituì l‟indagine, all‟esperienza estatica la misurazione. L‟incanto estatico, magico ed inquietante dello sciamano, venne definitivamente

ricondotto nel grembo rassicurante della ragione. La natura smise di animarsi di divinità protettrici o terrifiche per farsi luogo di dominio, controllo e sottomissione. Alla danza di Shiva si sostituì il metallo della conquista.

All‟apoteosi del pensiero scientifico si accompagnò la spartizione del mondo tra vincitori, gli scienziati civilizzati, e perdenti, gli sciamani selvaggi. Ma la conquista non si consumò fino in fondo. Mentre il progresso tecnologico parcellizzava il sapere attribuendo al medico la giurisdizione sul corpo, al sacerdote quella sullo spirito, allo psicologo quella sulla psiche, ecc, la mente non vista dello sciamano, ha continuato, nei secoli, a recitare, seppur inosservata dai più il suo canto bizzarro.

A tutt‟oggi la si incontra agonizzante nelle tribù confinate alle periferie del mondo. La si intravede, maldestra, nei riti profani delle moltitudini urbane, gaia, nella follia lucida di profeti e viandanti, impaziente nella smania estatica di artisti visionari, grezza nel dissenso di giovani inquieti, politicizzata nella militanza ecologica, presente a se stessa nell‟ormai vasto mondo dei ricercatori spirituali di fine millennio.

Ed ecco l’uomo moderno

La graduale e inesorabile affermazione del pensiero razionale sulla mente estatica, tipica del mondo arcaico dello sciamanesimo, ha prodotto nel corso dei secoli il consolidamento di una cultura basata sull‟espropriazione e lo sfruttamento della natura, sull‟antica cultura della condivisione fondata sull‟armonia con le leggi della natura e l‟esperienza diretta dell‟unità del vivente.

L‟espulsione dell‟anelito all‟estasi dalla coscienza collettiva, perpetrato dalla mente razionale ha prodotto l‟irruzione nella coscienza della morale sessuale coercitiva, il conseguente disprezzo per le leggi naturali, la colpevolizzazione del piacere, il controllo e l‟asservimento della natura al profitto personale, la perdita del senso di sacralità dell‟esistenza, la negazione dell‟esperienza interiore a favore dell‟esperienza intellettuale, la tirannia del controllo sulla fiducia, del pensiero sull‟immaginazione, del ragionamento sull‟intuizione, e cosi via fino alla sfrenata e cieca competizione dell‟uomo sull‟uomo dell‟età moderna.

L‟uomo moderno, trova scontato che il progresso tecnologico e culturale debba procedere di pari passo con l‟aumento del controllo esercitato dalla sua specie sul mondo naturale. La logica del controllo si è via via radicata sempre più profondamente nella mente dell’uomo tanto da imporre un regime autoritario rigidamente determinato dai codici della ragione. Le intense emozioni, gli stati alterati della coscienza, la passione erotica, l’esperienza estatica della natura, l’immaginario, l’ascolto, il silenzio sono vissute dal senso comune come questioni “poco serie”, o quanto meno un po‟ strane, esotiche, se non addirittura pericolose o peccaminose La logica del controllo ha portato con sé quella che Reich chiama la “morale coercitiva”, ha imprigionato l’individuo nell’ossessione del pieno e nel terrore del vuoto.

La nostra è una cultura piena, drammaticamente sbilanciata sul versante esteriore. Non fare è vissuto come ozio, chiudere gli occhi come dormire, silenzio come tristezza, solitudine come disagio, occuparsi di sé come segno di malattia, andare piano come inefficienza. Ma, come accennammo all’inizio, non fu sempre così. Quella che negli ultimi decenni si è venuta configurando come una vera e propria “rivoluzione archeologica” secondo le parole dell’archeologo inglese James Mellaart dovuta alla scoperta di siti archeologici risalenti al Neolitico un po‟ ovunque in Europa e nel bacino del Mediterraneo, in Anatolia come in Palestina, ha gettato luce su di un mondo perduto. Quello dell’Europa Neolitica dove sembra fossero diffusi il Culto della Dea e una cultura che Riane Eisler definì “Cultura della Condivisione”.

Il versante scordato: la cultura della condivisione

La storia non raccontata inizia millenni orsono, quando l‟uomo arcaico vagava per le grandi pianure in cerca di cibo, disponeva pietre verso l‟alto a simboleggiare il suo anelito trascendente, danzava alla luna nel tentativo di soddisfarlo, si prostrava riverente alle

manifestazioni della natura riconoscendo in queste il linguaggio parlato dalla mente non vista, le divinità del mondo parallelo. Prima di scoprire il ferro e le bevande fermentate, prima di domare il cavallo e scorrazzare per le praterie terrorizzando e conquistando, l‟uomo visse per millenni l‟esperienza interiore della fusione estatica con le forze della natura. Prima di rinunciare al proprio ruolo nell‟ordine cosmico introducendovi il virus dell‟esclusivo interesse personale e divenendo così, come ricorda Danielou :” il distruttore dell‟armonia del creato, lo strumento cieco, vanitoso e brutale del proprio declino”, (A. Danielou, op.cit.)l‟uomo percorse con successo la via della condivisione.

Per molti di noi questa informazione potrà suonare talmente nuova da apparire improbabile. Vediamo pertanto di definirla meglio e di fornirle “garanzie di validità”.

La religione della natura

La prima cosa da dire è che le religioni antropomorfe dei conquistatori nomadi dalle quali originarono poi le grandi religioni monoteistiche costituivano solo una delle due forme di religiosità presenti presso i popoli sedentari al momento della nascita delle civiltà urbane. L‟altra era la religione primordiale legata al mondo della natura.

Una religione fondata sull‟amore per la natura, la ricerca estatica dell‟ armonizzazione con essa, l‟esperienza mistica di fusione col divino. Una religione che contempla l‟esperienza diretta, immediata e totale della divinità, un‟ esperienza che non separa la sfera corporea da quella intellettuale o spirituale che invece riconosce come indissolubilmente legate.

Una religione dove bellezza e crudeltà, amore ed aggressività, luce e tenebre sono diverse forme di materializzazione del corpo di Dio e dove, pertanto, ogni essere, ogni manifestazione del vivente, assume un carattere sacro ed ogni azione si svela come una cerimonia trascendente, orientata all‟armonizzazione con le forze del mondo spirituale. Una religione, in definitiva dove l‟unica legge è la legge della naturalezza naturale, la virtù delle virtù è conformarsi a ciò che è ed onorare così la propria natura.

Se confrontiamo questa visione del mondo con quella dei popoli conquistatori ci troviamo di fronte ad un quadro nel quale si incontrano e convivono due forme opposte e contraddittorie di religiosità. Una religione morale che tende a domare la natura, una religione estatica che tende ad armonizzarsi con essa. Da una parte le religioni antropocentriche dei conquistatori organizzatesi poi nel Cristianesimo, Islamismo, Ebraismo, ecc., dall‟altra le religioni primordiali dei conquistati: lo sciamanesimo, e le sue varie elaborazioni successive quali, lo Shivaismo, il Dionisismo , il Sufismo, il Tantrismo, ecc.

La rivoluzione archeologica
La seconda cosa da dire è che la rivoluzione archeologica ha consentito di scoprire che il versante scordato della storia conteneva un sorprendente passato. Esattamente come l‟impresa di Colombo ci svelò un nuovo straordinario mondo, così le scoperte dei nuovi siti archeologici del Neolitico e l‟utilizzo di tecnologie di indagine più avanzate ci rivelarono l‟esistenza di una storia prima della storia nella quale l‟uomo per millenni aveva vissuto in pace.
Si tratta di un periodo di diverse migliaia di anni, approssimativamente tra il 7000 ed il 3500 a.C. durante il quale si verificò un progresso costante in tutte le tecnologie di base su cui si fonda la civiltà, si svilupparono un organizzazione sociale evoluta, un fiorire di arti e mestieri specializzati, si crearono complesse istituzioni religiose e statali, si lavorarono i metalli, si elaborarono rudimentali forme di scrittura e soprattutto si visse in pace e prosperità nel culto della Dea. Culto che, come vedremo, rappresenta l‟espressione della religione primordiale della natura presso le popolazioni dell‟Europa sud-Orientale, popolazioni che la Eisler definisce Antichi Europei (R. Eisler, op.cit.).
Le scoperte dei siti archeologici di Catal Huyuk e di Hacilar in Anatolia così come degli insediamenti di Vinca, Butmir, Petresti, Cucuteni e molti altri ci svelano in modo inequivocabile una civiltà dell’Antica Europa che parlava come scrive l‟archeologa Marija Gimbutas, il linguaggio della Dea.(The Goddesses and Gods of Old Europe,7000,3500 B.C.,University of California, Press Berkeley and Los Angeles,1982)

Un linguaggio che sembra fosse parlato da ogni manifestazione del vivente. Nel neolitico infatti, nell‟antica Europa, la religione era vita e la vita religione, la religione della Grande Dea che personificava l‟unità fondamentale del creato.

Il linguaggio della Dea

L‟ultima grande civiltà a parlare il linguaggio della Dea fu quella Minoica di Creta, in essa ritroviamo tutte le caratteristiche essenziali di quella che, con la Eisler, stiamo chiamando cultura della condivisione. Una cultura talmente avanzata e pacifica da indurre molti ricercatori a ritenere che il mito del Giardino dell‟Eden così come la stirpe dell’oro citata dall‟antico poeta Esiodo o la leggenda di Atlantide secondo Platone si riferiscano al Neolitico ed in particolare a quella civiltà che si concluse con la conquista di Creta da parte degli Achei, invasori Indoeuropei.

In questa civiltà parlata dal linguaggio della Dea, che ha prosperato per alcuni millenni nell‟Antica Europa, non ci sono tracce di guerra, l‟economia fioriva e le arti prosperavano. Nell‟arte neolitica, infatti si nota una totale assenza di immagini che ritraggono la potenza armata, nobili guerrieri o eroici conquistatori; non ci sono prove di schiavismo, né di gerarchia di depositi di armi o di fortificazioni militari. Gli insediamenti delle popolazioni venivano scelti in base alla bellezza della posizione, all‟ abbondanza di acqua, alla fertilità del terreno e alla disponibilità di pascoli e mai in base al loro valore difensivo. In queste società inoltre non vi è traccia di ineguaglianza sessuale e predominio dell‟uomo sulla donna, ma anzi diversi indizi stanno ad indicare che le loro linee di discendenza erano di tipo matrilineare e che le donne svolgevano un ruolo fondamentale in tutti gli aspetti della vita comunitaria. Le dimensioni degli edifici, gli addobbi e i doni funebri che non presentavano differenze di rilievo, le dimensioni dei templi, spesso inframmezzati alle case, stanno ad indicare che una struttura sociale e religiosa comunitaria basata sull‟uguaglianza erano, nel Neolitico, una norma generale.

Ma forse l‟aspetto più sconcertante svelatoci dalla rivoluzione archeologica è quello che la Eisler definisce “uno dei segreti meglio conservati dalla storia” (R. Eisler op. cit.).
Vale a dire che nel Neolitico, cioè prima della storia a noi comunemente nota e costruita su società rette dalla cultura del dominio, tutte le tecnologie sociali e materiali fondamentali per la civiltà erano già conosciute e sviluppate. Tra i popoli del Neolitico, adoratori della Dea, erano già conosciuti come ci ricorda la Eisler (R. Eisler op. cit.) “i principi della produzione alimentare, e anche la tecnologia della costruzione, dei contenitori e dell‟abbigliamento”. Allo stesso modo si padroneggiava l‟uso industriale di risorse naturali come legno, fibre, cuoio ed, in seguito, metalli, così come l‟addomesticamento di animali e piante. Allo stesso modo, presso i popoli dell‟Antica Europa erano presenti sistemi di leggi e di governo, strutture amministrative e commerciali, educative e religiose.

Due visioni del mondo

Da una parte, pertanto, il versante scordato, la mente estatica dello sciamano, la visione panteistica per la quale esiste una unità fondamentale del creato che unifica in una unica corrente di dinamismo le pietre, i vegetali, gli animali e l‟universo intero, demoni e divinità compresi; dall‟altra la storia raccontata, la visione positivista dell‟uomo di scienza per il quale le manifestazioni del vivente vanno classificate, analizzate, spiegate, controllate.

Da una parte la visione animista di un uomo di medicina che ricerca nell‟atteggiamento sacro nei confronti di tutto ciò che è vivo la forza e l‟umiltà necessarie per ampliare la propria coscienza ed accedere al mondo degli spiriti e delle divinità naturali depositari della conoscenza, dall‟altra la visione scientifica dell‟uomo razionale che persegue la separazione tra fede e ragione, natura e cultura.

Da una parte l‟atteggiamento premorale ed estatico dello sciamano che ricerca nell‟esperienza interiore la forza e la saggezza necessarie a condividere la sofferenza dell‟altro, entrare nel suo mondo e comprenderlo, dall‟altra l‟ atteggiamento colto e professionale dello psicoterapeuta che persegue la comprensione dell‟individuo dall‟esterno, senza coinvolgersi con i ”problemi del paziente”.

Un nuovo paradigma

Non vogliamo qui riproporre il mito del buon selvaggio indugiando nell’atteggiamento romantico che vuole gli occhi chiari appartenere allo sciamano e la mente piena allo scienziato. Vogliamo però ricordarci di ricordare che, grazie a Dio, la mente non vista dello sciamano ha continuato ad accompagnare l’umanità nella sua giornata evolutiva, la dea madre, prevaricata e dismessa dagli dei maschili dei conquistadores di ogni tempo non ha mai cessato di elargire la sua numinosa radianza agli uomini e alle donne di buona volontà e no.

Vogliamo qui sollecitare la trascendenza di stereotiopi e invitare ad un incontro. L’incontro tra lo scienziato dagli occhi chiari che non liquidi la figura dello sciamano come semplice residuato preistorico e prescientifico, e lo sciamano moderno che non voglia negare la conoscenza intellettuale ed il progresso come frutto inevitabile di quella cultura del dominio perpetrata per secoli dall’uomo bianco nei confronti del naturale e dell’istintivo. Vogliamo qui essere strumento di divulgazione dell’esistenza di un profondo processo di trasformazione in atto negli ambiti culturali e scientifici, di un sempre più vasto movimento di studiosi, scienziati, intellettuali, artisti ed operatori della salute che si stanno muovendo in direzione a questo incontro.

Rinascimento arcaico

La rivoluzione archeologica portò nuova acqua a quella che già era stata definita rivoluzione dei quanti nel campo della fisica. Entrambe dettero un forte impulso all‟elaborazione di nuove linee culturali, alla definizione di nuovi paradigmi.
Il paradigma olistico nel campo della scienza, il movimento transpersonale in ambito umanistico, il Rinascimento arcaico nella concezione di Terence Mc Kenna.(Il Nutrimento degli Dei, Urrà,1995)

Con Rinascimento Arcaico, ovviamente non si vuole significare un ritorno ad una vita preistorica, ma bensì una revisione della storia ed un recupero di quanto di buono abbiamo perso per strada nel corso dei millenni. Ci riferiamo in particolare al rapporto sacro con la natura quale mistero vivente, all‟esperienza estatica quale via di accesso alla nostra essenza più vera, all‟esplorazione degli stati di coscienza non ordinari, all‟intimo rapporto col mondo vegetale tramite l‟utilizzo di piante psicoattive, alla comunicazione con la mente non vista, lo spirito del mondo vivente della natura, secondo gli sciamani.

Crediamo infatti, con McKenna che nessuna cultura su tutto il pianeta sia narcotizzata quanto quella dell‟Occidente industrializzato. Crediamo che la condizione di pericolo nel quale versa il pianeta terra sia direttamente connesso alla soppressione del fascino naturale che gli esseri umani provano nei confronti dell‟ espansione della coscienza; crediamo anche che il profondo disagio esistenziale, la crisi di valori, l‟escalation materialista siano direttamente connesse all‟espulsione del sacro dalla natura, al furto della coscienza da parte della ragione; l‟inaridimento emotivo, l‟interruzione del flusso di entusiasmo per la vita siano la conseguenza dell‟impedimento di ogni accesso all‟estasi, di ogni forma di ampliamento o dissoluzione dei confini dell‟io in direzione al sé.

Per questo proponiamo con Terence McKenna, Riane Eisler e tutto quel vasto movimento culturale che opera per l‟affermarsi di un nuovo paradigma nella scienza e nella società, basato sulla condivisione piuttosto che sul dominio, la revisione ed il recupero della gnosi sciamanica che trova nell‟atteggiamento sacro nei confronti di ogni manifestazione del vivente, nella dissoluzione estatica dei confini dell‟io, nel rapporto di profondo legame con la Madre Terra , nel dialogo stretto con il Padre che sta nei cieli e la sua mente non vista, le sue istanze fondamentali.

Chiunque voglia guardare può intravedere ovunque segnali che ci confermano l‟esistenza di un cambiamento di paradigma in atto nella scienza e nella società: la cultura del dominio, il sistema culturale che determina le sorti dell‟umanità da più di quattromila anni, sta sfaldandosi grazie all‟avanzata di nuove tendenze mosse dall’interno e non solo dall’esterno, dall’anelito spirituale e non solo dal profitto. La Dea, sopravvissuta a millenni di ostracismo sta risorgendo parlando ai cuori e alle menti di scienziati con l’anima, pensatori dagli occhi chiari, artisti

dall’intento puro. Siamo agli albori dell’affermazione di una via col cuore, di un movimento di coscienze che produrrà un grande cambiamento epocale anche se pochi, in verità, se ne sono ancora accorti.
Stiamo parlando di quello che da più parti viene definito con il termine di movimento transpersonale , anche se molteplici sono le nominazioni che potrebbero definirlo.

Si tratta, in ogni caso, di un flusso di pensiero e di coscienza sostenuto dal nuovo paradigma olistico emergente, grazie al quale, dopo alcuni secoli di scienza positivista e dopo alcuni millenni di separazione dell‟individuo da se stesso e di se stesso dalla natura, l‟uomo del nostro tempo può finalmente, forte delle acquisizioni della fisica quantistica e della ricerca sulla coscienza, può ritrovare gli occhi chiari, il cuore leggero, la mente vuota, dello sciamano e recuperare e riproporre quella dimensione estatica, unitaria dell‟essere che si era persa nei percorsi tortuosi della storia.

Il Movimento Transpersonale

Il termine Transpersonale deriva dalla psicologia, sembra essere stato utilizzato per la prima volta da Roberto Assagioli, il creatore della Psicosintesi ed in seguito da Gustav Jung. La prima associazione di Psicologia Transpersonale fu fondata negli Stati Uniti nel 1969 ad opera di personalità quali: Charlotte Buhler, Abraham Maslow, Allan Watts, Arthur Koestler, Viktor Frankl..

La Psicologia Transpersonale si caratterizza come il contributo degli ambienti scientifici allo studio e alla comprensione dell‟esperienza interiore di ordine trascendente. Esperienza che nel corso dei secoli ha ricevuto,dalle diverse tradizioni numerose denominazioni: estasi mistica, esperienza cosmica, coscienza cosmica, esperienza oceanica, nirvana, satori, samadhi, regno dei cieli, ecc.

Nella sua ricerca la Psicologia Transpersonale integra l‟esperienza della psicologia occidentale, soprattutto del filone gestaltico, esistenziale, umanista, con le tradizioni mistiche orientali basate sulla meditazione come lo yoga, lo zen, il Sufismo e con quelle sciamaniche basate sull‟estasi ed il contatto diretto con le forze della natura. Subisce inoltre una forte influenza dalle più recenti acquisizioni della fisica moderna e della biofisica ed è in stretto rapporto con altre scienze quali: la sofrologia, la sociologia, l‟antropologia e la parapsicologia.

Per questo il movimento transpersonale ha travalicato i confini della psicologia per proporsi come un vasto movimento di pensiero e di ricerca che opera per una sintesi progressiva delle conoscenze nel campo degli stati di coscienza ed in particolare degli stati, cosiddetti, superiori. Opera in definitiva per restituire la mente estatica alla coscienza dell‟umanità, liberandola da millenni di persecuzioni e per riaffermare quella cultura della condivisione che l‟umanità presa dalla sua corsa al potere ed al profitto ha perso per strada. Opera per condurre la coscienza del vivente oltre i confini dogmatici ed utilitaristici della mente razionale.

Una nuova tesi scientifica: Oltre i confini

Esplorando le dimensioni dell‟esperienza interiore, la Psicologia Transpersonale, come ci ricorda Pierre Weil, uno degli antesignani del movimento transpersonale in Brasile, nel suo libro L’uomo senza frontiere,(Crisalide,1996) ha individuato una serie di confini che limitano l‟uomo nella sua visione del mondo. Essi sono: la coscienza, la memoria, l‟evoluzione e la morte.

La conoscenza e la trascendenza di tali confini è prerogrativa del movimento transpersonale che opera con metodi scientifici per lo sviluppo della seguente tesi:

  1. La coscienza è un flusso incessante ed illimitato. I limiti esistono solo nella mente dell‟uomo.
  2. La memoria va oltre la filogenesi e può risalire lungo la giornata evolutiva del vivente fino

    alla fonte stessa dell‟energia vitale.

  3. L‟evoluzione umana non si ferma all‟intelletto o alla fase della maturità sessuale ma procede

    verso qualità più elevate quali: saggezza, amore, umiltà, compassione, consapevolezza, ecc.

  4. La morte è solo un passaggio, un occasione per attingere nuove dimensioni dell‟essere.

La psicologia transpersonale, si diceva, è un vasto movimento culturale che, in quanto tale, travalica gli ambiti e i limiti della psicologia per contribuire alla nascita di una nuova scienza della coscienza. La sua giurisdizione si estende al campo dell‟arte, della filosofia, dell‟antropologia, della religione, dell‟educazione, della parapsicologia, della sociologia. Uno speciale contributo, come del resto è lecito attendersi, il movimento transpersonale lo ha fornito e lo sta fornendo nel campo della psicoterapia. Sono venute infatti sorgendo negli ultimi

decenni una serie di metodologie psicoterapeutiche cosiddette esperienziali, come diretta emanazione applicativa delle tesi e delle scoperte del movimento transpersonale.

Verso nuove tecnologie del sacro

Per queste metodologie, Stanley Grof(Oltre il cervello, Cittadella, 1988) ha suggerito il termine di Tecnologie del sacro per sottolineare il loro orientamento, finalizzato alla realizzazione del se, vale a dire al pieno compimento della natura spirituale dell‟essere umano.
Il termine tecnologie potrebbe suonare freddo o provocatorio a chi dimentica che esso sta ad indicare prima di tutto una conoscenza di come fare per.

Come fare per occuparsi dell’essere umano riconoscendo in lui la sua essenza spirituale, come fare per occuparsi della natura, riconoscendo che tutto è vivo ed espressione della Coscienza Suprema, occuparsi dell’altro ricordando che , siamo tutti fratelli, occuparsi dell’arte offrendosi quale puro strumento di espressione delle molteplici manifestazioni del divino.

Si tratta di tecnologie che vogliono insegnare a ricordarsi di ricordare.
Ricordarsi di ricordare che tutti noi, belli e brutti, colti ed ignoranti, bianchi e neri, orientali ed occidentali, abbiamo scritto nei geni il racconto implicato delle migrazioni nelle grandi pianure in cerca di cibo, il terrore dell’urlo bestiale, degli occhi gialli in agguato, padroni del regime notturno, del raggio che scende dal cielo ed incenerisce il malvagio. Ricordarsi di ricordare che tutti noi abbiamo scritto le pagine della nostra storia culturale con la grammatica dell’esperienza estatica compiutasi tra le foreste ed il cielo a disporre pietre verso l’alto e danzare alla luna. Ricordarci di ricordare che prima di separarci dalla natura per creare la storia, per millenni abbiamo riconosciuto nelle manifestazioni naturali il linguaggio parlato dagli dei del mondo parallelo, prima di contrapporci alla natura cercando di controllarla perseguivamo una via che aveva un cuore: la via della comprensione e della armonizzazione con le sue forze
Stiamo parlando di tecnologie articolate, estremamente eclettiche che attingono ad una notevole varietà di fonti sia psicologiche che spirituali. Metodologie che affrontano l‟intera gamma delle problematiche psicologiche e che possono utilizzare l‟intera gamma delle tecniche psicoterapeutiche, da tecniche comportamentali a ristrutturazioni cognitive, pratiche Gestaltiche o indagini psicodinamiche, lavori sui sogni o col respiro, arte o musicoterapia, danzaterapia o meditazione. Tra queste possiamo citarne alcune che si rifanno direttamente alle antiche tradizioni mistiche e che sono state elaborate da insigni ricercatori universalmente riconosciuti.

Ci riferiamo alla Psicologia dello yoga elaborata dal filosofo indiano Haridas Chaudhuri ed esposta in più di quindici opere (C.Tart, Psicologie Transpersonali, Crisalide, 1998)o alla Essential Psychoterapy proposta dalla psicologa californiana Kathleen Riordan e basata sul lavoro di Gurdjieff(C.Tart, op.cit.)oppure alla Psicologia della Coscienza elaborata in più di una ventina di pubblicazioni dallo psicologo americano Robert Ornstein e basata sulla tradizione Sufi(C.Tart op.cit.). Anche la Tradizione Mistica Cristiana è stata ispiratrice di una metodologia psicoterapeutica proposta nelle opere del sacerdote e mistico cattolico William McNamara,(C.Tart, op.cit.) ,così come l‟Induismo Vedanta ha ispirato le opere di K. Wilber,(C.Tart op.cit.) l‟Einstein della ricerca sulla coscienza e della Psicoterapia Transpersonale . Il Buddismo, dal canto suo, forse la più psicologica delle tradizioni spirituali è stato proposto in chiave psicoterapeutica da diversi autori: si pensi a Claire Myers

Owens(C.Tart, op.cit.) psicologa texana e alla sua elaborazione psicoterapeutica del Buddismo Zen o allo psicologo californiano Daniel Goleman(C.Tart,op.cit.) e sue opere quali Psycology of Self-Deception e The Meditative Mind. La ricerca psicologica laica occidentale da parte sua, come abbiamo visto, ha elaborato all‟interno del movimento transpersonale una serie di tecnologie autonome. Si pensi in primo luogo alle capostipiti, vale a dire alla Psicosintesi di Roberto Assagioli (R. Assaggioli, Principi e metodi della psicositesi terapeutica, Astrolabio 1973) e alla Psicologia del Profondo di Carl Gustav Jung (C.G.Jung Opere, Boringhieri 1980) che hanno anticipato di alcuni decenni le tesi poi sviluppate ed ampliate dalla ricerca psicologica transpersonale. Tra le più recenti possiamo citare le tecnologie elaborate da alcuni dei padri fondatori del movimento transpersonale come il Cosmodramma di Pierre Weil (P.Weil op.cit.), la Terapia Olotropica di Stan Grof (S.Grof, op.cit.), il metodo di Claudio Naranjo basato sull‟Enneagramma e la Corenergetica di John Pierrakos (J. Pierrakos, Corenergetica, Crisalide, 1997), a cavallo tra psicoterapia transpersonale e psicocorporea.

E‟ in questo contesto che si colloca, la Biotransenergetica, una disciplina psicospirituale di nuova concezione, elaborata negli ultimi quindici anni in più di ventimila ore di lavoro clinico presso il Centro Om di Milano da chi scrive e da Marlene Silveira,(P.L.Lattuada, Biotransenergetica, Xenia, 1997) con l‟intento di onorare l‟essere umano che è in noi e condurlo a ritrovare il suo posto tra le foreste e l‟oceano, gli animali e le pietre, le cascate e la luna, quale manifestazione stessa del divino.

Il Movimento Transpersonale nell’arte

Non abbiamo fin qui affrontato la questione dell’arte. Tutto farebbe pensare, infatti, che l’artista appartenga di diritto a quelle dimensioni della coscienza estatica e che proceda ricavandosi spazi incontaminati nell’anima scevri dalle istanze ordinarie della mente razionale artefice di quella che definimmo, con Riane Eisler, “cultura del dominio “.

Ma così non è.
Anche nel mondo dell’arte si riproduce la diade dominio/condivisione, razionalità/estasi, intelletto/cuore, ego/sé, pieno/vuoto. Anche per l’artista figlio della cultura del dominio, la Dea riposa sopita nel versante scordato della storia.
E non ci basti la considerazione che la creatività è madre per costruire nella nostra mente paesaggi nei quali spadroneggiano spietati guerrieri dominatori a scapito di artisti, creativi e condivisori.
Dice il saggio: “Non è ciò che fai ma come lo fai che determina la tua azione”
Vediamo pertanto se riusciamo a tracciare una bozza di quello che potrebbe essere definito il “modo” di fare arte dell’artista transpersonale.

Il modo ulteriore

“Apparire alla luce: ecco una caratteristica essenziale della vita” A. Portmann

Secondo l’eminente biologo Adolf Portmann “Il compito dell’autopresentazione influisce sulla formazione del fiore non meno delle esigenze riproduttive”(A. Portmann, Le forme Viventi, Adelphi 1969).

In questa frase potremmo sintetizzare i termini di quella che, se le teorie di Portmann si riveleranno fondate, potremmo chiamare “rivoluzione biologica” e affiancarla alle due già citate, quella archeologica e quella dei quanti.
E di rivoluzione si tratta perché, in effetti, quello che dice Portmann suona così: l’apparire alla luce è una caratteristica essenziale della vita.(A.Portmann, op.cit.)

Sopravvivere o apparire alla luce? Darwin o Portmann? Selezione naturale o autopresentazione? Ego o sé? Dominio o condivisione?
Riecco la diade. La domanda è: la vita si esaurisce nella lotta per la sopravvivenza del più adatto o contiene in sé una connotazione evolutiva, un anelito verso la luce?

Il modo ulteriore, modello di pensiero che sostiene la visione transpersonale, risponde così: Le diadi non si contrappongono ma si risolvono nell’uno. La lotta per la sopravvivenza del più adatto consente l’autopresentazione alla luce dell’essere vivente, la pienezza dell’autopresentazione nell’essere vivente ne determina la sua sopravvivenza in quanto più adatto.

La visione transpersonale, pertanto ammonisce: non fermarti alla lotta per la sopravvivenza, guarda oltre il tuo naso, oltre i tuoi interessi e bisogni personali, vivere significa esprimere tutto il tuo potenziale creativo, non solo difendere e conservare il tuo spazio.
Se la vita è forza espressiva creativa, la vita è arte.

Arte della separazione o della riunificazione, arte del dominio o arte della condivisione, arte della lotta per la sopravvivenza, arte di piena autopresentazione.
Per arte transpersonale vogliamo qui intendere quell’arte di riunificazione, di condivisione, di autopresentazione, fecondata, potremmo dire, nel grembo della Dea, espressa ed esprimibile da ogni individuo che sappia essere tramite della forza creativa della vita. Da ogni individuo in grado di trascendere le proprie pene personali e accedere alla dimensione del significato, trascendere i propri bisogni espressivi nella resa alla forza, i propri concetti intellettuali in quella che Jung chiamava l’obbedienza alla consapevolezza.

Si delineerà così la figura di un artista nella vita, prima che sul palcoscenico, sulle tele, la carta o le crete. Un artista in grado di conformarsi alla legge della naturalezza naturale, la legge per la quale il pieno si svuota ed il vuoto si riempie, ciò che è in alto scende e ciò che è in basso sale. Un artista che non si aggrappa alla pienezza dei suoi contenuti emotivi ma che si lascia svuotare per riempirsi della forza che discende dai cieli o sale dalla madre terra. Un artista padrone dell’estasi, della capacità cioè di andare oltre i confini, di andare oltre se stesso per diventare l’altro, diventare l’acqua, la terra, il fuoco, l’aria, la foresta, le montagne, lo spirito dell’aquila o la forza del guerriero, la gioia o il terrore, lo strazio o la pace.

Il corpo del sogno

“Il corpo del sogno è il nome di quelle inusuali esperienze e alterati stati di coscienza che cercano di raggiungere la nostra coscienza ordinaria attraverso segnali come i sintomi corporei, gli impulsi, i sogni e i messaggi dall’ambiente esterno.”

A.Mindell

La “gnosi sciamanica” potrebbe affermare che l’artista transpersonale, accede al corpo del sogno, quello stato dell’essere dove, in accordo con la fisica quantistica, tutto è un flusso interconnesso di eventi. Dove un suono è un colore, un colore un emozione, un emozione un immagine, un immagine una danza, tutto è celebrazione, celebrazione dei moti delle stelle o dei ritmi dell’universo, della regina dei venti o del carro del fuoco. Nel corpo del sogno, l’artista transpersonale è di casa, ivi naviga con la seconda attenzione incontro alle divinità, angeli e demoni, forze naturali ed archetipiche che abitano l’oceano della coscienza.

La bellezza estatica

“Se mai momento della vita merita di essere vissuto dall’uomo, questo è quello che egli vive quando contempla la bellezza in sé”.

Platone

Principi iperuranici, direbbe Platone ammaliano l’artista transpersonale in rotta verso la visione del sole, oltre il rapimento dei sensi verso la folgorazione dell’accesso al mondo delle idee prime, degli archetipi In rotta verso la bellezza, non la bellezza estetica dell’apparenza, desiderabile, mercificabile, interpretabile, ma la bellezza estatica che richiede contemplazione e trascendenza dell’impero dei sensi. Non la bellezza estetica del possesso e dell’autogratificazione narcisitica, ma la bellezza estatica, luogo dove si percepisce , come la sacra unione tra idee e cose, tra forma e materia, tra universale e particolare, tra significato e significante.

Arte periferica

“Per coloro che sono su di una via che ha un cuore, l’esistenza spesso appare alla periferia di quella che gli altri chiamano vita.”
A. Mindell

Arte periferica è il termine con il quale il critico Barletta (conversazione privata) definisce delle precise modalità espressive che, storicamente sono sempre rimaste ai margini del mondo artistico e completamente ignorate dalla storia dell’arte. Si tratta, se abbiamo ben compreso le sue parole, dell’arte patologica, espressa dalla follia, dell’arte infantile espressa dai bimbi, dell’arte arcaica, espressa dai primitivi, e dell’arte estatica, espressa da coloro che navigano nei paesaggi ulteriori della coscienza. Espressa dalla Dea, potremmo dire. Ci sentiamo di riconoscere, infatti nell’ arte periferica di Barletta, il linguaggio espressivo di quello che abbiamo chiamato, il versante scordato. Il versante dell’estasi, della condivisione, del contatto con le forze della natura e le dimensioni superconscie. Versante che, come si diceva, sta riemergendo alla luce e rivendicando il suo diritto all’autopresentazione. Il movimento transpersonale e l’arte che esso esprime, con sacro rispetto, raccolgono questa eredità e la rivendicano: L’ Eredità della Tribù.

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