ITI - Integral transpersonal Institute

Sul Transpersonale (12)

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Sul Transpersonale (12)

Racconto di un’intervento in una classe dell’Istituto Alberghiero Artusi di Recoaro Terme con Modalità Biotransenergetica. Lavoro sulla ricerca di senso rispetto al futuro.

Andrea Rilievo

Eccoli che arrivano, si sente l’onda prima che varchino la porta.
Come l’odore di minestra nei fumetti il profumo denso delle loro vite fresche entra prima di loro e mi inembria.
Entrano, 1, 2, 5, 10, una ventina.
Qualcuno mi saluta con preoccupazione, qualcuno con sufficenza, qualcun’altro si ricorda bene di me, e spende teneri sorrisi.

L’inizio è sempre difficile, devo riuscire a colpirli subito senza esagerare.E’ il momento delle loro individualità, non della mia, vietato darmi un tono insomma, ma non posso confondermi con la massa degli “adulti-rompipalle”, altrimenti li ho già persi.

Decido, come sempre, di sorridergli, lasciando che il mio amore e la mia voglia di stare con loro parlino per me.
“Sono qui per stare con voi, sono come voi” Penso fra me.
“Speriamo funzioni”

Il cerchio pare essere una figura geometrica arcana per gli adolescenti: se gli chiedi di sedersi in cerchio loro sulle prime si dispongono sempre in linea, sul finire si aprono un po’ a parabola, ma niente di più, come se l’armonia della rotondità sia già di troppo rispetto alle loro difese, meglio in formazione compatta tutti di fronte a me.

Io li guardo e con gli occhi, con la pancia, vedo e sento tutto il tumulto, il fervore, la fragilità e la purezza della loro condizione: cuccioli di uomo un po’ cresciuti, capitati in un mondo che, per necessità e non per cattiveria, ha poco tempo per loro.

Con calma riesco a farli sedere in cerchio, i posti vicino a me sono i meno ambiti.
Cerco di spiegargli che sono stato invitato dalla loro professoressa a passare un’ora con loro, che lavorerò parlando poco, ma preferendo un’attività più dinamica, inventata da me, che ho estratto da un corso che frequento e si chiama Biotransenergetica.

Non mi dilungo oltre, la cosa non li disturba ne li eccita, non sono i contenitori che gli interessano, di quelli ne hanno fin troppi.
Presento Bruna che, seduta in una angolo, ci farà da osservatrice, e, vista l’apertura che sento nell’aria, decido di partire col botto.

Chiedo loro di scegliere un colore dal barattolo che faccio girare, di prendere un foglio e cercarsi un posto all’interno dell’aula dove si sentano tranquilli.

Siamo in un aula magna che si presenta come una piccola sala conferenze, ma senza sedie; loro si spargono fra i gradoni vuoti e i banchi dei relatori: qualcuno si stende, qualcun’altro si accartoccia su se stesso; chi sta in piedi e

si appoggia ricurvo su un tavolo in una angolo, chi imita un politico dietro al microfono.
Tira una buona aria: non sanno cosa devono fare , ma sono disposti a seguirmi.

Occhi chiusi e si comincia il viaggio: chiedo che dimentichino di essere a scuola, in un posto dove sono obbligati a conformarsi alle regole, li invito a pensare ad un week end con gli amici, con la fidanzata, sento la loro felicità onesta librare nell’aria.

Poi li porto sul loro corpo, prima sul respiro, poi sui piedi-gambe-pancia-spalle, dovunque trovino qualcosa che gli vada di ascoltare; sperando non si giudichino o si spaventino gli chiedo di concentrarsi sulle parti che sentono strane o poco integrate col resto del corpo.

Nel frattempo mi accorgo di aver chiuso gli occhi: sono immerso in un effervescenza incoscente tutta cuore, speranze e pelle viva; l’odore di minestra mi ha avvolto e mi culla.
Gli adolescenti conoscono la via più veloce per i piani spirituali: l’anima è giovane, ancora abituata alla dimensione dell’uno, non ancora corrotta e poco capace di discernere: un germoglio con la tensione forte di sbocciare.

Poi ad occhi chiuso chiedo che disegnino il profilo del loro corpo sul foglio, aprano gli occhi, lo osservino per un po’ e ritornino nel cerchio appoggiandolo a terra di fronte a loro.

Oserviamo tutti assieme i disegni di tutti.
Un po’ ridendo, un po’ incuriositi i ragazzi si guardano disegnati e poi dal vivo, si stupiscono di quello che ne è uscito, in un modo sottile si incontrano.
Il lavoro ha creato un clima di distensione: c’è qualcosa di più vero del solito, un campo in cui ognuno si può sentire a suo modo libero, l’essere passati per se stessi gli ha fatti ritrovare e, se pur non se ne rendono conto, ora il gruppo è più saldo.
Decido di spiegarglielo e capiscono.

Ognuno di loro poi scrive su un post-it che gli ho consegnato cosa vorrebbe fare da grande, lo appiccica a terra in centro alla classe e io cerco di stimolare una discussione.

Quello che risulta strano è che nessuno ha scritto una professione affine ai loro studi: nessun cuoco, nessun cameriere di sala, nessun barista.
Avvocati, musicisti, opinionisti, calciatori, mamme, quelli si.
Loro si giustificano sostenendo di aver “sognato” qualcosa di irrealizzabile, più che il loro futuro, capisco che la cosa probailmente li ha turbati e decido di stimolarli sull’argomento.

«Al di la di quello che vorreste fare vi piace quello che in questa scuola vi insegnano?»
«C’è qualcosa di quello che imparate che vi è utile in qualsiasi aspetto della vostra vita?»

Ancora

«Cosa di voi vi piacerebbe coltivare, far crescere?»
Le risposte, ovviamente, sono rare, confuse, e spesso non ci sono, ma intanto ci pensano e, senza nemmeno troppe ansie e paure, sembrano porsi il problema dentro di loro, scoprendo che hanno libertà di scelta su se stessi.

«Bene-esordisco- ora vorrei che rifacessimo il lavoro di prima con il disegno, e una volta finito vorrei che attaccaste il nuovo disegno con vicino il post-it su di un cartellone che metterò al centro dell’aula»
Questa volta per me è più difficile: il gioco non è più nuovo, la curiosità minore, e mentre siamo ad occhi chiusi aggiungo ancora difficoltà: chiedo loro di immaginarsi fra 30 anni e provare a portare la loro mente fino a la per poi ri-tracciare il loro profilo sul foglio.

Sento nell’aria la fatica che anchio provo del riconoscersi, dell’investire su di se, e mi preoccupo di aver calcato troppo la mano, di aver preteso troppo.

Quel che ne esce è invece straordinario.

A poco a poco prende forma in centro alla sala un cartellone che è un cesto di emozioni e sogni.I disegni sono completamente cambiati dall’inizio, alcuni sembrano più rotondi, altri vogliono balzare fuori dal foglio, uno è completamente bianco e cerca pace, altri ancora hanno tratti e forme decisi quasi a pretendere ascolto e il proprio posto.

I ragazzi li guardano e si immaginano, in un attimo dentro di loro costruiscono e disfano il loro futuro, senza soluzione di continuità sento che trovano il coraggio, se pur solo proiettato, di fare la propria parte; le energie dei loro desideri escono dal cartellone disteso a terra, si mescolano e portano in alto segnali di presenza e candore.

Dopo l’ultimo giochino divertente per stemperare i toni li saluto e li guardo tornare divertiti alla classe.

Andandomene in macchina penso e ripenso se tutto ciò abbia avuto un senso, se a qualcosa è servito, se qualcosa ci siamo lasciati.
Se ciò che ho sentito rimarra solo nella mia testa e a loro gran poco.
Ripenso al cartellone e provo a far pulizia e a isolare qualcosa di importante che mi comunicava, qualcosa che ha appoggiato nel mio cuore.

Una parola, una sola, che me lo significhi.

Poi la trovo e sorrido. Speranza.

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